Facebook cambia per arrivare in Cina

La decisione di Mark Zuckerberg di declassare gli editori nel feed di notizie di Facebook sembra una reazione istintiva, una risposta alla reputazione negativa che la società ha acquisito dopo l’elezione di Trump.
Ma quali sono le altre motivazioni che hanno spinto il più grande colosso fra le piattaforme di Social Media verso questa scelta? Esistono rapporti sul calo del coinvolgimento degli utenti e uno spostamento generale verso le app di chat social, in particolare tra gli utenti più giovani. Ma c’è di più dietro questo profondo cambiamento di strategia.

Il giornalismo è diventato un onere strategico per Facebook seguendo il fondamentale bisogno di essere un player globale. Le cose cambiano se non si riesce ad arrivare in Cina e si rischia costantemente di essere cacciati dalla Russia o dalla Turchia. Non c’è interesse strategico per Facebook diventare un “editore”, proprio come Apple non ha motivo di acquistare il New York Times, nonostante sia oggetto di continue speculazioni nel settore. Possedere il Times costituirebbe un “cappio politico” intorno al collo di Apple per la sua presenza in Cina. Avere un aura giornalistica associata al marchio è un errore per qualsiasi piattaforma che spera di arrivare in Cina. Mark Zuckerberg ha già dichiarato che arrivare nel mercato cinese è una delle sue ambizioni. Ma poi per quale motivo possedere case editrici o diventare tu stesso un editore, quando i migliori contenuti degli editori e dei Brand arrivano gratis sulle tue piattaforme (anche se in un newsfeed ora declassato)?

Non dimentichiamo, però, che quando Facebook lanciò nel 2006 il “newsfeed” non era affatto pensato per le notizie giornalistiche. L’uso intelligente che ne hanno fatto gli editori è stato solo un fortunato incidente storico all’inizio in seguito incoraggiato da Facebook. Il vantaggio anche per gli editori è stato immane, con la possibilità di costruirsi un pubblico internazionale e comunità di dimensioni che difficilmente qualcuno avrebbe mai potuto immaginare di raggiungere fuori dai notiziari massmediali.

In anni più recenti, tuttavia, Facebook ha investito molto per convincere, incoraggiare, se non costringere gli editori a produrre e ottimizzare i loro contenuti per la distribuzione su Facebook e per creare e investire in team di videomaker/producer, avvantaggiando la fruizione di contenuti veloci di questo genere. Questa richiesta di investimento rende ancora più “abrasivo” il cambio di rotta, dopo che il rapporto tra editori e Facebook si era già inacidito per continue modifiche e restrizioni (vedi altre modifiche al newsfeed precedenti).

E come sempre, non ci sono stati preavvisi su queste modifiche al newsfeed, fatta eccezione per alcuni selezionati editori statunitensi. Nessun editore europeo, asiatico o africano è stato anticipatamente allertato. Del resto, sia culturalmente che dando un occhiata alle persone chiave in azienda, Facebook è ancora un’azienda essenzialmente americana. Quando si parla di pubbliche relazioni il team di Facebook mostra una particolare attenzione ai media statunitensi e al punto di vista del mercato azionario statunitense su di essi e sul loro prodotto.

Da questa prima analisi le reazioni di sdegno dell’editoria mondiale sembrano destinate ad essere una perdita di tempo. Non ha senso anche proclamare che gli editori non avrebbero più bisogno di Facebook in quanto continua ad essere il più potente distributore al mondo di quella preziosa risorsa chiamata attenzione. Indipendentemente dal modello di business che un’azienda segue e dalla categoria merceologica a cui si appartinene,  Facebook è un’asset fondamntale per canalizzare potenziali utenti, clienti o comunità che non sono ancora a conoscenza delle offerte proposte.

Dal punto di vista giornalistico, la domanda più urgente potrebbe e dovrebbe essere questa: inciderà questa modifica dell’algoritmo sul flusso di notizie di Facebook favorendo la “gente” rispetto agli “editori” che riducono o aumentano accidentalmente la portata degli estremisti e della propaganda? Se è l’encomiabile intenzione di Mark Zuckerberg di enfatizzare algoritmicamente le “interazioni significative tra le persone”, dovrebbe presto spiegare quali metriche applicare a Facebook per identificarle.

Abbiamo tutti visto post di incitamento all’odio e deliberati pezzi di disinformazione su Facebook con un alto numero di condivisioni, Mi piace e commenti, di solito indicatori di “interazioni significative”. Molti di questi post sono stati pubblicati da “persone”, non da editori.

E qualunque cosa abbia motivato Mark Zuckerberg ad ordinare questi drammatici cambiamenti, il suo potere di modellare Facebook è limitato: nessuna istituzione, nessuna compagnia, nessuna piattaforma su questo pianeta può avere più di due miliardi di utenti attivi e non essere parte integrante nella diffusione globale di notizie.