Lo User Generated Content è vivo e lotta contro di noi

Febbraio 2014. Presentato il logo turistico della Regione Lazio.

Marzo 2014. Presentato il logo turistico di Firenze.

Maggio 2014. Presentato il logo del semestre italiano di Presidenza del Consiglio Europeo.

Giugno 2014. Sky lancia la Factory Sky.

Lo UGC non è più un trend ma un treno. Un treno ad alta velocità che distrugge il territorio circostante. Non è tanto per la pur significativa sequenza di esempi messi retoricamente in fila ma perché sembra essere diventato un “modello culturale”.

Lo UGC potrebbe anche essere morto come modello industriale (anche se così non pare), ma la corsa verso l’abbattimento del costo del lavoro “creativo” ha ormai prodotto un paradigma vincente che ha abbattuto i livelli minimi di competenza comunicativa e gusto visivo socialmente diffusi.

Ha ragione Andrea Carnevali quando sottolinea che “la freschezza e l’innovazione sono scomparse, il mito della viralità si è sgonfiato” ma proprio questa decadenza sta affermando un altro modo di comunicare sul web e non solo li.

In tanti avevamo sperato che la crisi economica di questi anni avrebbe prodotto una maggiore attenzione delle aziende verso la qualità e/o la sperimentazione. Dopo alcuni anni dobbiamo invece constatare che un’economia depressa produce grafica, design, video e comunicazione depresse. Come alle origini della comunicazione moderna è più importante occupare lo spazio piuttosto che farlo bene. Guardate gli spot tv di prima serata e confrontateli con quelli di dieci anni fa. Guardate i banner, le affissioni, i videoclip musicali. Le agenzie di comunicazione vincenti sembrano essere quelle che riescono a produrre video da 150 euro, a sputare decine di layout al giorno, quelle che vendono template di siti web chiavi in mano.

Non si tratta però di una semplice questione industriale. Lo UGC ha vinto perché sta ridefinendo l’estetica della contemporaneità. Lo UGC ha vinto come ha vinto il Movimento Cinque Stelle, con le sue rozze vignette per il web, con il copia e incolla, con il Comic Sans.

Potrebbe essere una salutare svolta punk dopo un decennio di raffinatezze progressive. Sembra però semplice analfabetismo estetico di ritorno, senza alcun pensiero o progetto. È Art brut, come quella dei malati mentali di Jean Dubuffet. È a loro che stiamo affidando il futuro della comunicazione visiva. Sono i matti del film Crazy People senza nemmeno un Dudley Moore a capo dell’agenzia. E come ci parli con un pazzo? L’unico modo è dargli ragione.

  • Interessante notare come a distanza di tempo il risultato di un contest possa continuare a generare passaparola negativo. Vedi il caso di Firenze: http://bit.ly/1r0hzMz

  • interessante critica, ma trovo invece che lo UGC, che a mio parere è tutt’altro che morto, anzi, apra una quantità di prospettive lavorative, anche oggi, incredibili. Sì, perché se è vero che il punto di vista delle aziende è proprio quello descritto sopra, ossia che costa poco e genera tanto e quindi “fanculo agenzie”, dall’altro lato è altrettanto vero che alle stesse aziende non va davvero bene “tutto l’UGC”, ma vogliono comunque che abbia qualità e senso, e quindi apre un universo infinito alle agenzie stesse (e a tutti i professionisti del web) in grado di gestire quell’UGC come si deve.

  • Iocomunicatrice

    Io penso che UGC significhi parità di accesso alle informazioni, agli strumenti e alla possibilità di produrre, che poi la produzione sia di buona o cattiva qualità quello è un altro discorso, ma purtroppo le due cose vengono confuse e siccome c’è oggi una marea di ‘non professionisti’ che producono, si tende a sottolineare di più la non qualità della schiera di prodotti del web ‘democratico’, non pensando invece che, alla fin fine, la scelta e quindi la responsabilità di una scelta rimane pur sempre nelle mani del decisore/compratore finale, quindi nel caso di Firenze, per esempio, la responsabilità del non successo o della non qualità del logo è del decisore finale. Il risultato poteva essere lo stesso anche se fosse stato un prodotto di agenzia.