Umano, transumano. Il futuro che spaventa

Volevo scrivere anch’io della tragica rottura tra Brad e Angelina, per allinearmi ai toni della stampa internazionale, ma poi ho pensato che le cose rotte abbiano meno appeal di quelle ancora tutte da costruire.

E così mi sono ritrovata a scrivere di futuro.

Riflettevo, scrivendo lo scorso post, riguardo alla rara e composita combinazione di candidati alle Presidenziali USA e al verosimile imbarazzo dell’elettore che debba scegliere chi mandare alla Casa Bianca tra una donna, un ebreo socialista ed un magnate, dopo il primo Presidente nero che la storia registri.

E, distrattamente, stavo tralasciando il candidato decisivo per chi l’8 novembre voterà il terzo partito e, più precisamente, il Partito Transumanista. Avete mai sentito parlare di Zoltan Istvan?

Quarantatré anni e 21.000 followers su Twitter, Istvan ha costruito una campagna elettorale tutta basata sulla promessa di un avanzamento tecnologico volto a migliorare e prolungare la vita. Promessa che lui riassume con l’ espressione, un po’ visionaria e un po’ esaltata, “facilitation of immortality”.

Il Partito Transumanista fa proprio il principio della singolarità tecnologica, ovvero quel momento (pare piuttosto prossimo) in cui la mente umana aumenterà in maniera radicale ed esponenziale la sua intelligenza e le sue capacità, grazie all’unione fisica con la tecnologia. In altre parole – quelle dello stesso Istvan – “la tecnologia accelererà il progresso dell’intelligenza al punto che l’essere umano biologico non sarà più sufficiente per capire cosa sta succedendo”.

Uno scenario fantascientifico che tuttavia sembra attecchire e preoccupare persino chi da anni investe budget milionari per il perfezionamento di un’intelligenza artificiale. Ray Kurzweil di Google prevede conseguenze così impattanti, “che la vita umana sarà trasformata in maniera irreversibile”, mentre Elon Musk, CEO di Tesla, già due anni fa allarmava la comunità sui possibili pericoli legati al “risveglio del demone”.

Ora, non ho mai provato simpatia per quei nostalgici aprioristicamente refrattari alla tecnologia che negano l’esistenza degli indiscutibili vantaggi creati da questi ultimi decenni di progresso tecnologico. Quelli che, per intenderci, al nome Apple riescono ancora ad associare un frutto, e che per orientarsi preferiscono a Google Maps la Stella Polare.

Ma, filtrate le previsioni di Istvan e dei suoi sostenitori, e messe da parte le preoccupazioni da esse scatenate, le cose fortunatamente stanno in modo diverso.

Esistono tre diverse classificazioni di intelligenza artificiale: un’AI limitata (in grado di fare una cosa sola), un’AI generale (in grado di fare ogni cosa a livello umano), le la Superintelligenza Artificiale (in grado di svolgere molteplici compiti a un livello superiore a quello umano). Superfluo specificarlo, ma siamo ancora fermi alla prima.

Ed è piuttosto difficile immaginare un mondo dominato dal robot che ha battuto il campione di Go, o dall’algoritmo che permette a Google Translate di tradurre da una lingua all’altra.

Ancora più difficile è il proposito di definire queste Intelligenze Artificiali come vere intelligenze. Le AI si basano sul Deep Learning, una metodologia che in verità non prevede né intelligenza né apprendimento, ma si serve di un network neurale, costruito su modello di quello del cervello umano, che permette di assimilare informazioni senza il ricorso ai codici sfruttati dai normali software. In altre parole, un algoritmo impara a riconoscere un animale dopo che gli si è sottoposta l’immagine di quell’animale milioni di volte. Lo riconosce, ma senza avere la minima idea di cosa sia.

Rivoluzionario, se si pensa a come il Deep Learning cambi il concetto di programmazione in quello di vero e proprio training (“Non programmeremo più i nostri computer, li educheremo come cani”, diceva Andy Rubin di Android, in una lungimirante previsione), ma sempre di più oggi la tecnologia sembra fare i conti con limiti molto più umani della disumanizzazione verso cui tende.

Uno su tutti riguarda le stime di ciò di cui avremmo bisogno in termini di potenza di calcolo per avvicinarci alla qualità del cervello umano (misurata dalla velocità e complessità delle operazioni). Di conseguenza non si può non pensare alla quantità e al livello di efficienza energetica che questo richiederebbe: circa un miliardo di volte migliore di quello che viene considerato come il massimo possibile dell’efficienza energetica di un computer.

E per quanto Zoltan Istvan immagini se stesso alla guida di una Nazione post-moderna in cui tutti, allo stesso modo, abbiano accesso a milionari capolavori della biotecnologia, per assicurarsi una longevità più inumana che auspicabile, l’America ancora fa i conti con quei tanti (circa 100 milioni) che invece vivono alla periferia della speranza.