Stefano Mizzella: prendiamo esempio da Zappos [INTERVISTA]

Era da un po’ di tempo che volevo intervistare Stefano Mizzella. In questa lunga ed interessante analisi abbiamo cercato di raccontare il contesto italiano tra formazione, contesti aziendali e giovani sartupper in cerca di successo.
Stefano grazie della disponibilità e buona lettura a tutti gli altri ;)

1. Ciao Stefano, raccontaci quello che fai, insomma presentati.

Ciao, collaboro con H-Farm ed H-Art in cui mi occupo della parte strategica relativa, rispettivamente, a startup e grossi brand. Allo stesso tempo, collaboro con Digital Accademia, in cui svolgo attività di formazione all’interno del MasterLab in Digital Economics & Entrepreneurship (MA.D.E.E.).
Ho l’opportunità di lavorare su progetti e con persone davvero stimolanti, in una realtà che credo sia unica nel nostro paese, dove si ha il lusso non solo di poter sognare, ma anche di trasformare in realtà le proprie idee.

2. Parliamo di Digital Accademia, vi rivolgete sia ad aziende che ai ragazzi. Lato aziende immagino che la formazione possa essere un stimolo ad innovare. Puoi confermarmelo con degli esempi?

Digital Accademia si rivolge soprattutto a persone che hanno voglia e fame di imparare e di mettersi in gioco, indipendentemente dalla propria esperienza professionale o dal ruolo. Per questo motivo organizziamo corsi di formazione per tipologie diversissime di persone: studenti neolaureati, professionisti, manager d’azienda e persino ragazzi tra i 7 e i 12 anni.

Le aziende che si rivolgono a Digital Accademia chiedono in modo particolare corsi di aggiornamento definiti “Innovation Days” e dedicati a competenze e “reparti” specifici come quelli del marketing, delle vendite, del customer care, dell’HR o dell’innovazione. Si tratta di corsi di una o più giornate, “cuciti” letteralmente su misura in base a quelle che sono le esigenze e le caratteristiche della singola azienda, fosse quest’ultima una multinazionale o una piccola realtà locale.
Nell’ultimo anno abbiamo avuto l’opportunità di organizzare eventi di questo tipo per aziende come Amazon, Vodafone, RCS, PosteCom, Intesa San Paolo, UniRovigo e diverse Confindustrie.

3. Dalla tua esperienza, qual è lo stato attuale della conoscenza delle aziende italiane in ambito Social e soprattutto come si stanno muovendo queste per dare supporto su questi nuovi canali?

L’essere sui social sta costringendo le aziende a rivedere aspetti importanti della propria cultura e dei propri processi interni. Azioni apparentemente banali come l’apertura di una pagina Facebook o di un account Twitter hanno dato testimonianza di quanto sia importante per un’azienda, indipendentemente dal mercato in cui opera, definire una strategia attraverso cui coinvolgere e fidelizzare gli utenti in maniera adeguata al contesto, traendo vantaggio dall’interazione e non dalla comunicazione unidirezionale.
In modo complementare, le azioni realizzate all’esterno verso il consumatore finale dovrebbero reggersi su di solidi processi interni all’azienda, fondamentali per mettere in relazione tra loro persone, reparti e competenze diverse. Per quella che è la mia esperienza diretta, è proprio questo l’ostacolo maggiore contro cui molte aziende si scontrano nel loro avvicinarsi al social: il non essere in grado di far circolare informazioni e conoscenza tra dipartimenti diversi, andando oltre i tradizionali silos aziendali. Spesso queste barriere sembrano più culturali che infrastrutturali o tecnologiche e, come tali, più resistenti al cambiamento e all’innovazione.
Accompagnare queste aziende verso un possibile cambio di paradigma significa quindi non limitarsi a fornire la luccicante tecnologia di turno ma, al contrario, investire in un percorso di formazione per provare a portare nuove idee e nuovi approcci all’interno dell’azienda e, ancor più, per formare le persone che saranno deputate alla gestione dei canali social.

Quando parlo di questi temi uno degli esempi che faccio più spesso è quello di Zappos. Zappos richiede a tutti i suoi neoassunti, indipendentemente dal ruolo, ben 4 settimane di training dedicati all’apprendimento dei valori e della cultura aziendale, 2 settimane di training al call center e 2 settimane presso il magazzino. Una volta terminato questo periodo, viene addirittura offerta al neoassunto una somma in denaro per licenziarsi, al fine di essere sicuri che chi rimane sia realmente motivato e allineato con la visione del brand.
Quante aziende in Italia o altrove possono vantare un approccio alla formazione aziendale del genere? I risultati in termini di business raggiunti da Zappos dovrebbero essere un’ottima leva per emulare un simile approccio.

4. Ok, cambiamo argomento. Sempre più spesso compaiono annunci che propongono lavori “confusi”. Quali sono, secondo te, le figure professionali necessarie a gestire la comunicazione di un’azienda sui social network?

Mi capita di vedere spesso molta confusione non solo nell’offerta, ma anche nella domanda di lavoro in questo settore. Senza arrivare ai casi estremi di aziende che chiedono stagisti con esperienza pluriennale (sembra una battuta ma potrei passarti qualche link…), vedo molta confusione soprattutto nella definizione dei ruoli. Sfido chiunque a dirmi con esattezza quale sia la differenza tra un community manager, un social media manager, un social media consultant o un social media expert.
Personalmente tendo a trattare tutti questi termini come sinonimi intercambiabili, eccezion fatta per il community manager che, almeno nella mia visione, dovrebbe essere una figura trasversale (e di più alto livello) rispetto alle singole piattaforme in cui il brand è attivo. Ovviamente la composizione del team può variare rispetto a diversi fattori come la dimensione dell’azienda e gli obiettivi che quest’ultima vuole raggiungere attraverso il social. Ci sono piccole realtà che fanno fare tutto a una singola persona, spesso molto giovane, mentre ci sono aziende soprattutto di grandi dimensioni che ricorrono a team più strutturati e complessi.

In linea di massima, un team social dovrebbe poter contare su queste competenze, indipendentemente dal job title più o meno cool che si sceglie di utilizzare:

analisi: saper analizzare il mercato, la presenza online del proprio brand e dei suoi principali competitor

strategia: saper impostare un quadro strategico multipiattaforma una volta definiti gli obiettivi generali o del singolo progetto

contenuto: saper ideare e realizzare contenuti interessanti, sia testuali che visuali. Questi ultimi sono divenuti estremamente importanti a seguito dell’introduzione della timeline di Facebook

community management: saper coinvolgere l’utente nelle attività online del brand offrendo anche supporto in ottica di customer care quando necessario

5. Un obiettivo formativo dovrebbe essere anche quello di lanciare i ragazzi nella creazione di startup e diffondere la cultura del fallimento utile a rialzarsi e riprovare con nuove idee. Come siamo messi da questo punto di vista?

Posso parlarti di quello che accade in H-Farm che, come dicevo prima, rappresenta per molti versi una felice eccezione nel contesto italiano. Qui la spinta a creare qualcosa di nuovo viene incoraggiata a ogni livello, partendo ovviamente anche dalla formazione. Il percorso formativo di Digital Accademia e, in particolare, del MA.D.E.E., è stato progettato per permettere agli studenti di mettere da subito in gioco la propria idea e confrontarla con il mercato, avendo a disposizione l’acceleratore come momento di passaggio dal lavoro d’aula alla creazione concreta dell’impresa.

Credo infatti che soprattutto in quest’ambito la formazione fine a se stessa, incapace di ibridare fortemente la teoria con la pratica sul campo, sia molto poco utile e superficiale. In precedenza ho avuto la possibilità di progettare Master e corsi di alta formazione in università sia pubbliche che private e, è triste dirlo, ho trovato il sistema universitario italiano come uno dei freni principali a un’innovazione di questo tipo. È fondamentale rimettere in discussione i processi formativi tradizionali implementando negli scenari di apprendimento quelle stesse dinamiche di collaborazione, condivisione e interazione che hanno decretato il successo delle piattaforme sociali. Il vero cambio di paradigma, in tal senso, deve essere culturale più che tecnologico.