Controllo sociale e nuove tecnologie, un dibattito aperto

Di recente ho scritto un post su come la battaglia tra Apocalittici e Integrati si sia spostata su web, partendo dalla lezione di Umberto Eco durante il Festival della Comunicazione a Camogli. Uno degli argomenti più interessanti è stato il concetto di controllo sociale e nuove tecnologie. A supporto della sua idea [critica] cita l’ultimo libro di Sygmunt Bauman e David Lyon, “Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida“.

Zygmunt Bauman, a seguito delle rive­la­zioni di Edward Sno­w­den, delle restrizioni che Google attua in alcuni paesi e il ruolo sempre più forte che stanno assumendo di dati tenuti in sicurezza da Twitter e Facebook, sostituisce il concetto di “modernità liquida”, ovvero che nella società contemporanea si sono “liquefatti” i legami tra gli individui, con quello di “sorveglianza liquida“, ovvero che anche la sorveglianza scivola a poco a poco in uno stato pervasivo, impercettibile e invisibile. Il ragionamento del sociologo quasi novantenne è costruita attorno a queste tre tesi:

1) Viviamo in una società post-panottica, con riferimento al progetto carcerario che permette a un sorvegliante di osservare tutti i reclusi senza permettere a questi di capire se sono in quel momento controllati, in cui le nuove forme di controllo e sorveglianza assumono le caratteristiche tipiche del consumo e dell’intrattenimento, motivando tutti a esporsi volontariamente.

2) Esporsi alla sorveglianza è oggi divenuto un gesto spontaneo, se non addirittura gratificante. Il nostro incubo è diventato quello di non essere notati da nessuno.

3) La sorveglianza non è rivolta a persone in carne e ossa, ma ai loro “doppi” elettronici che contengono i dati personali che forniamo  quotidianamente navigando in rete, usando la carta di credito, frequentando i social media, usando i motori di ricerca. Con ciò non dobbiamo temere la fine della privacy ma l’incasellamento dei famosi Big data in analisi marketing, o politiche, che servono a catalogarci come consumatori.

I Big data sono l’essenza dell’economia. E tutti vogliono sal­tare su que­sto carro del pro­fitto. Anche la sor­ve­glianza è una forma di busi­ness. […] Sta di fatto che i Big data costi­tui­scono un con­te­sto pro­dut­tivo che non può più essere igno­rato. In fondo, è la nostra vita che diventa merce di scam­bio. E su que­sto non pos­siamo rima­nere indif­fe­renti. […] Pochi, pur­troppo, con­cen­trano l’attenzione sulla gestione delle con­se­guenze pro­vo­cate dalle poli­ti­che della sor­ve­glianza. Con­se­guenze che più che con­te­nere acce­le­rano lo svi­luppo dei Big Data.

Personalmente trovo fastidioso quando, parlando di Web e Privacy, qualcuno se ne esce dicendo “non mi importa se mi controllando tanto non ho nulla da nascondere”. Come dire: se qualcuno tiene troppo alla propria invisibilità è automaticamente da assimilarsi a un sospettato. Una mentalità che alimenta la tendenza a puntare il dito contro gli altri e denota una Cultura Digitale assente.

Qualsiasi opinione si abbia su questo argomento credo sia importante iniziare a ragionare su cosa significhi essere osservati e quali conseguenze politiche e morali questo sistema stia generando.

Inoltre, credo sia arrivato il momento di insegnare nelle scuole il senso civico applicato al web, ovvero cosa comporta l’esserci, che educazione avere e quale etica perseguire. Un percorso lungo e faticoso utile, però, ad avere più consapevolezza delle nostre azioni digitali.

  • Bauman ha mille anni ma i suoi ragionamenti sono così invidiabilmente lucidi :)