Social reader: perché gli utenti scappano?

4,3 milioni di utenti persi in una settimana per il Washington Post Social Reader. Cosa sta succedendo? Dopo un avvio dirompente in autunno, da qualche mese è iniziata la grande fuga degli utenti dai social reader, applicazioni che condividono automaticamente su Facebook i contenuti fruiti dall’utente.

I numeri, presentati da AppData, sono impressionanti: WaPo, Guardian, Dailymotion, Scribd, tutti i protagonisti dell’ultima rivoluzione del social sharing stanno perdendo milioni di utenti, mentre Facebook prova a correre ai ripari modificando le policy degli sviluppatori.

Ma come funzionano esattamente i social reader? Si tratta di applicazioni che consentono una condivisione passiva dei contenuti: tutto ciò che viene letto, o meglio visualizzato, all’interno dell’app viene automaticamente condiviso nel Ticker e sulla propria Timeline, senza bisogno di cliccare su pulsanti come Like o Share.

Per capire cosa li sta trascinando a fondo occorre studiare le mosse di Facebook. L’ultima novità è la “regola dei 10 secondi“: nessuna notizia viene postata in automatico se la durata della fruizione è inferiore ai 10 secondi. Questo vale sia per gli articoli che per i video. In caso di video inferiori ai 10 secondi, la pubblicazione avviene solo se il filmato viene visualizzato nella sua interezza.

Questi interventi di Facebook puntano proprio a smussare quella filosofia della condivisione passiva che a settembre veniva presentata come la naturale e indolore evoluzione dello sharing “tradizionale”.

Non è così. Io stesso da heavy user sono passato alla modalità diffidenza e ho iniziato a pormi questa domanda: perché dovrei condividere con i miei amici tutto ciò che semplicemente visualizzo? Lo sharing sui social media viene sempre vissuto come un endorsement, implica una valutazione da parte dell’utente, una scelta, un apprezzamento, un atto di volontà. Ed è proprio nell’inibire la libertà di scelta dell’utente che i social reader sembrano fallire.

Ora Facebook corre ai ripari introducendo delle modifiche di “buon senso” (ma tardive) che vanno nella direzione di un maggior controllo da parte dell’utente. Basterà questo a fermare l’emorragia di utenti? Difficile dirlo. Ma questa esperienza resterà come monito per futuri tentativi verso quella che potremmo definire la deriva dell’iper-condivisione. Le persone amano raccontare la loro vita sui social network, ma non sono ancora pronte a farsi installare un microchip virtuale che la racconti per loro, minuto dopo minuto.

  • Concordo al 100%. Il sistema delle azioni va rivisto. Il like non è sufficiente, ma non voglio nemmeno che la gente sappia che ho letto un articolo che magari non mi è nemmeno piaciuto e che non voglio nemmeno lontanamente condividere. E’ la passività automatica dell’azione che spaventa. Ok il “francesco ha letto questo / ascoltato questo” come modalità semantica analiticamente più interessante del like, ma deve essere una libera scelta, non l’imposizione di una piattaforma, altrimenti si fanno solo danni. Perchè cercare di avere il controllo della rete per cederlo all’adv non è merce di scambio che vale la privacy di una persona. Si può fare sempre, ma in maniera a mio avviso almeno un po’ più astuta.