Prism, ora il social è un problema [POST CONDIVISO]

L’amministrazione degli Stati Uniti e la presidenza Obama sono alle prese con quello che, secondo molti analisti, è il più grande scandalo politico e mediatico della loro storia. Il caso sui giornali viene chiamato con l’acronimo PRISM ad intendere il metodo adottato dalla National Security Agency (NSA), l’Agenzia per la sicurezza nazionale statunitense, di controllare le comunicazioni online di cittadini non statunitensi all’estero da almeno 6 anni. Si tratta della possibilità di accedere direttamente ai dati di alcune delle più grandi società informatiche del mondo, come Microsoft, Google, Facebook e Apple.

Qualche tempo fa il nostro Silvio Gulizia aveva raccontato come gli Usa utilizzino armi di propaganda nei social network anticipando lo scandalo di questi giorni. Oggi con i blogger di Republic+Queen cerchiamo di interpretare questa delicata fase storica.

Alex Tortorelli

Eric Snowden (fonte del Guardian per l’inchiesta del PRISM) dice che non poteva permettere al governo statunitense di distruggere la privacy, la libertà sul web e le libertà fondamentali delle persone nel mondo con questa enorme macchina di sorveglianza segreta. Non voglio contraddirlo, anzi lo ringrazio, ma da quando ho iniziato a trasformare la mia vita in bit, non ho mai pensato che la mia privacy fosse al sicuro.

Luca Sirianni

Nell’era della comunicazione globale e istantanea di internet e dei social media ogni tanto qualcuno ci ricorda che il mondo è ancora fatto di stati-nazione, i quali per loro natura difendono i propri interessi (nazionali), da sempre e con tutte le armi possibili: armamenti, risorse naturali, economiche, culturali e oggi i dati e le comunicazioni personali di miliardi di individui. Nulla di soprendente. Facebook e Google sono aziende degli Stati Uniti.

Andrea Torcoli

Sillogismo: l’informazione è potere. L’informazione sono bit. I bit sono il potere. Non stupisce assolutamente che colossi del web siano coinvolti in questo (ennesimo) scandalo delle informazioni. Possiamo veramente pensare che Google e Facebook traggano i loro utili dal SEO o dagli annunci sponsorizzati? Siamo così scemi? Vogliamo anche ricordarci che Arpanet fu un progetto governativo? Probabilmente la speranza di libertà del web non è mai esistita, anzi. Il web è una forma di dittatura 2.0. Dall’imposizione del messaggio all’illusione che l’informazione sia libera, ecco la nuova frontiera della manipolazione di massa.

Andrea Carnevali

Quando nel 2001, dopo gli attentati dell’11 settembre, George Bush introdusse il USA PATRIOT Act, l’ampliamento dei poteri di corpi di polizia e spionaggio statunitensi con lo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti, pochi si accorsero di ciò che stava accadendo.
Da quel momento la legge permetteva a FBI, CIA e altre autorità di pubblica sicurezza di chiedere le intercettazioni e il traffico Internet ai provider, senza un mandato della magistratura e una notifica ai diretti interessati del materiale acquisito.
E’ plausibile pensare che da quel momento molte aziende sono state precettate da organi istituzionali e parallelamente hanno ridefinito i loro business plan per guadagnare dalla rivendita a privati dei famosi Big Data.
In parte Report ce lo aveva raccontato, ricevendo in cambio le critiche stizzite dagli “esperti” del settore, fino ad arrivare oggi con privacy, diritti umani e libertà messi in discussione. Quantomeno bisogna dire grazie a Edward Snowden.

Francesco Ferrazzino

Il potere non si conquista. Si esercita. E se l’informazione è potere, la via più veloce per poter esercitare il potere si ottiene con l’analisi dei nodi principali tramite i quali passano le informazioni della rete stessa.
Non credo che il governo US abbia bisogno dell’appoggio di Google & co. per spiare il web, ma sicuramente “un aiutino” da parte loro abbatte drasticamente i costi (e aiuta a spiegare il business model di Twitter.)

Viviana Ramazzotti

Il termine Big Data è stata una buzz word per gli ultimi tre anni eppure c’è stato finora una sorprendente autonegazione sulle implicazioni orwelliane di questa rivoluzione.
Quei big data sono anche e sopratutto intelligence data, la novità nel 2013 è che, almeno in teoria, non appartengono allo Stato ma ad aziende private. Aziende private autorizzate da noi stessi a gestire i nostri dati anche in virtù del fatto che un’azienda che agisce CONTRO i propri clienti, difficilmente generebbe profitti.
Le aziende però sono tenute ad obbedire agli Stati nazionali in materia di sicurezza e quindi a cedere quei dati. Interessante è il fatto che le intelligence locali abbiano lasciato gli Stati Uniti a sporcarsi le mani.
Ma è davvero una questione di sicurezza? A Londra le telecamere della CCTV monitorano gran parte della città ma non hanno portato ad alcuna riduzione della criminalità.
E qual’è la linea di confine tra sicurezza e sorveglianza continua? E’ possibile che non ci sia legislazione in grado di stabilirla?
I mezzi cambiano ma il problema è lo stesso che Alan Moore pose 27 anni fa ” Who watches the watchmen?”