Non nascondiamo l’obesità dietro la parola curvy

Da circa 4/5 anni la moda e le modelle seguono una tendenza controcorrente rispetto a quella che si era diffusa soprattutto a partire dagli anni 2000. Se dall’inizio del nuovo millennio da un lato le modelle si sono ristrette a poco a poco, passando dalla classica taglia 42 alla 38, o meno, dall’altra parte è nato un nuovo standard di bellezza, quello delle modelle curvy, con qualche taglia e chilo in più rispetto agli standard di magrezza riconosciuti degni della passerella, donne normali, sempre bellissime, che accettano il proprio corpo e peso, fiere di star bene con se stesse.

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Image Source: Icelandic Glamour / Silja Magg

La volontà di esaltare la bellezza naturale contrastando l’eccessiva magrezza e ossessione per il peso è una campagna di cui tutte noi donne siamo portavoce e fiere e da cui traiamo un sospiro di sollievo e siamo rassicurate visto che la maggiorparte di noi non ricalca gli standard riconosciuti dagli stilisti e qualcuna potrebbe ancora farsene un problema.

Quando però da curvy – formosa e vuluttuosa, morbida e sexy – si passa all’obesità, non c’è più tanto di cui essere fiere. Come ogni volta, qualsiasi concetto assume una deriva estremista e ci ritroviamo a chiamare curvy delle donne chiaramente obese e con gravi problemi di salute che però, visto che la nuova tendenza è accettare il proprio corpo comunque esso sia (il che è assolutamente giusto e rappresenterebbe la vittoria a una delle battaglie più lunghe condotta dalle donne, se fosse davvero così) se loro lo accettano obeso, va bene.

La demonizzazione di stereotipi estetici negativi dove va a finire se si parla di obesità? La magrezza eccessiva è bandita, combattuta e guardata con sdegno mentre la grassezza eccessiva è giustificata solamente perché vogliamo lottare contro lo stereotipo da passerella?

Il pericolo che si corre prendendo a riferimento un modello estetico eccessivamente nichilista è lo stesso, prendendone uno eccessivamente edonista.

Una ragazza potrebbe voler portare la 38 meno e smettere di mangiare o voler essere curvy e non smettere mai di mangiare. In un caso o nell’altro i risultati non sarebbero salutari.

Siamo arrivati ad una strana contraddizione: la libertà di scelta tanto agognata può esistere solo fino a quando si rimane in un preciso stereotipo. Se nasci come modella plus size devi rimanere in quella categoria perché non siamo ancora pronti a vivere senza incasellarci e incasellare gli altri in una precisa figura sociale.

Ashley Graham, una delle più famose modelle della categoria, la prima “taglie comode” – come diceva nonna – ad essere stata pubblicata sulla copertina di Sports’ Illustrated, è stata fortemente criticata quando l’anno scorso si è mostrata su alcune foto visibilmente dimagrita. Non poteva perdere peso. Perché? Se la battaglia è per la libertà di essere come si vuole, perché non si può voler essere più magre? Non è lo stesso concetto del non poter essere più di una taglia 38 per sfilare in passerella?

La modella Sarah Rout, nonostante sia stata avvertita dai medici che potrebbe morire nel caso in cui non perda peso, la modella che ha bisogno dell’aiuto del marito per asciugarsi la schiena o per prendere qualcosa dai mobili più bassi, si rifiuta di dimagrire o comunque vuole perdere solo il peso necessario a non morire, altrimenti la sua carriera da modella zoppicherebbe e i suoi fan non la seguirebbero più come quando era sul punto di morte.

Non siamo ancora pronti a vivere il nostro corpo e ad accettarlo senza che ci siano delle definizioni a dar vita a delle correnti positive di cambiamento. Il pericolo è di rimanere incastrati in queste definizioni e che una lotta per distruggere i rigidi schemi costruiti negli anni passati ci porti invece a disegnarne altri, mascherati da libertà.