Dalla content curation alla creation

Il web è un fluido dinamico in continua trasformazione, le relazioni di potere che vi imperano sono in continuo divenire e le regole del gioco continuamente rimescolate. Per chi si occupa di comunicazione BTL il campo di azione naturale sono i “media digitali”, un’etichetta fluttuante che raccoglie modalità di creazione e fruizione dei contenuti molteplici in piattaforme sempre più integrate.

Nell’ultimo anno si è molto parlato dell’emergere dei quattro Tech-titani, Google, Facebook, Apple ed Amazon, e della loro silenziosa ma intensa battaglia per la conquista del regno digitale. Meno si è parlato di come la sempre maggiore versatilità e integrazione nel consumo mediatico stia dettando le regole di questo scontro di poteri, ridefinendo lo scenario mediatico digitale e assottigliando la linea di confine tra l’offerta editoriale dei cosiddetti nuovi e vecchi media.

Abbiamo già parlato di come Tv e web siano sempre più strettamente interconnessi e se ancora avete dubbi sull’importanza del quarto schermo mobile date un’occhiata qui. La frammentazione della fruizione mediatica è una leggenda per cercare di categorizzare la crescente fluidità e dinamicità del consumo di contenuti da parte degli utenti. Ma come stanno reagendo i nuovi e vecchi magnati della comunicazione?

I principali content curators stanno facendo massicci investimenti verso la content creation.

Google ha fatto seguire al lancio di GoogleTV, 100 milioni di dollari di investimenti per la creazione di un vero network web TV incentrato su YouTube con propri palinsesti. La mossa insegue quella di Netflix che a sua volta ha annunciato di voler investire nella creazione di contenuti originali. Va ancora oltre Amazon, che sembra voler passare dall’e-commerce di merci a quello di idee, promuovendosi come anello mancante nella nuova catena di distribuzione di contenuti digitali.

I vantaggi? Il pubblico si diletta con prodotti user-generated ma quando si tratta di spendere tempo, soldi e energie preferisce di gran lunga contenuti professionali e di qualità. Di come la content strategy stia assumendo un ruolo sempre più centrale avevo parlato qui; gli anni di dati accumulati sul pubblico, l’esperienza di contenuti user-generated e nella distribuzione digitale permettono ora a queste imprese di lanciarsi nella produzione, aspirando a maggiori introiti pubblicitari attraverso la creazione di contenuti premium.

Sull’altra sponda del fiume, finalmente i tradizionali produttori di contenuti stanno imparando la lezione delle grandi piattaforme VOD e iniziano a muovere i primi passi verso la social TV, nel Regno Unito il network Channel 4 si prepara a lanciare un nuovo canale basato sul social media buzz.

Cosa significa tutto questo per chi si occupa di comunicazione? Maggiore fluidità nelle piattaforme implica maggiore fluidità nel consumo mediatico, e richiede una strategia più che mai oculata su dove e come meglio posizionare il proprio messaggio. Contenuti editoriali più professionali offerti in ambienti come YouTube offrono ad inserzionisti la possibilità di raggiungere un audience di qualità in scale esorbitanti, ma significano anche che la comunicazione web non potrà ancora a lungo essere considerata la cheap sister della BTL.