Le “fake news” stanno distruggendo le nuove generazioni?

Che caratteristiche deve avere un post o un tweet per essere ritenuto affidabile e proveniente da una fonte autorevole? Basta che abbia una foto e un testo che la descriva. Purtroppo non è una battuta, ma è una delle risposte che studenti di scuole medie, superiori e perfino universitari hanno dato nell’ambito di una ricerca dell’Università di Stanford che ha indagato la capacità dei ragazzi di distinguere sui social media le notizie vere da quelle false. E non si è trattato di risposte isolate, poiché oltre l’80% dei partecipanti allo studio non è riuscito a valutare con correttezza l’affidabilità delle notizie, avendo difficoltà perfino a identificare i contenuti sponsorizzati.

In seguito all’esito delle elezioni americane, si è acceso un grande dibattito sulla responsabilità di Google e Facebook nella diffusione di notizie false in rete, ipotizzando un’influenza diretta di questa bolla di disinformazione sui risultati elettorali. Il problema, però, non riguarda solamente la sfera della politica, ma pervade qualsiasi tipo di settore. Ormai non si contano più i siti che, per raccogliere il maggior numero possibile di click e guadagnare dagli introiti pubblicitari, non si limitano a titoli clickbait, ma lanciano delle vere e proprie “fake news”, con contenuti falsi talmente clamorosi che attirano l’attenzione degli utenti meno smaliziati, i loro clic e le loro condivisioni, creando un effetto valanga difficilmente arginabile.

La ricerca di Stanford dimostra che questo scenario sta avendo un’influenza diretta sulla capacità delle giovani generazioni di sviluppare un senso critico, una sana dose di scetticismo e la volontà di approfondire un contenuto per verificarne la correttezza, preferendo affidarsi a un titolo ad effetto o a una foto ben realizzata. Da anni è chiaro il ruolo di “media outlet” di Google e Facebook, ormai fonti privilegiate di informazione per milioni di persone in tutto il mondo. Se, in seguito, alle recenti polemiche, l’azienda di Moutain View ha ammesso i propri errori e si è impegnata per cercare di limitare la diffusione di notizie false attraverso il suo motore di ricerca finanziando anche progetti di sviluppo di sistemi di fact-checking, Facebook si è inizialmente dimostrata restìa ad assumersi le sue responsabilità (nonostante gran parte dell’informazione viaggi oggi attraverso i News Feed degli utenti), facendo poi parzialmente marcia indietro.

Il problema delle “fake news” è talmente sentito che ormai vengono realizzati anche degli hackaton sul tema, per cercare di arrivare ad una soluzione. Proprio durante uno di questi eventi, organizzato dall’Univesità di Princeton, quattro giovani ragazzi sono riusciti a sviluppare in poche ore un’estensione per Chrome in grado di classificare i link condivisi su Facebook come “verificati” o meno, in base a fattori come la credibilità della fonte e il cross check su più siti. Viene da chiedersi come mai Facebook, con tutte le sue risorse, non sia ancora riuscita a risolvere il problema alla radice mentre quattro giovani ragazzi abbiano trovato una soluzione in poche ore di programmazione…

Quello che è certo è che Facebook, così come altri social, è una piattaforma che, per sua stessa natura e dinamiche di funzionamento, è portata a premiare e dare più visibilità a contenuti popolari, a discapito di quelli veritieri ma non necessariamente “pop”. Questo ci mette tutti di fronte alle nostre responsabilità: quante volte abbiamo condiviso un link senza verificarne la fonte? Quanto spesso approfondiamo una notizia andando oltre la sua headline, magari verificandone la solidità su altri siti? Aldilà delle soluzioni tecniche, l’unico modo per impedire che le giovani generazioni credano a qualsiasi post condiviso più di 1.000 volte è insegnare loro che prendersi il tempo di approfondire è sempre la scelta migliore che possano fare. Prima di tutto, però, ricordiamocelo anche noi.