Una t-shirt non fa femminista

Ecco il femminismo 4.0. La quarta ondata di femminismo, dopo le suffragette, gli anni ’60/’70, gli anni ’90 (e le spice girls) è qui tra noi da un paio d’anni, forse qualcosina in più. Cosa ha riportato alla luce il desiderio di combattere per una parità di diritti che superi la differenza di gender?

Apparentemente la sfilata di Karl Lagerfeld per Chanel nel 2014 a Parigi, almeno nel mondo della moda e dei social network.

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Photo credits: conversationabouther.net

Quella che lui aveva riprodotto in passerella come una nuova rivoluzione in stiletti e fantasie “flower power” è esplosa quest’anno su quasi tutte le altre passerelle dei più grandi della moda: da Dior con la t-shirt “We should all be feministis” dal saggio della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, a Prabal Gurung che ha fatto indossare a Bella Hadid la sua di t-shirt, che recitava “The Future is Female”. E allo stesso modo in cui il nuovo femminismo si è fatto strada sulle passerelle, lo ha fatto anche tra le celebrities (nel caso in cui non fosse una mera conseguenza). Da Beyoncé con il suo mega schermo su cui campeggiava la parola FEMINIST, durante il tour, a Madonna che ha partecipato alla Women’s March, da Taylor Swift e la sua copertina del Time a Emma Watson e il discorso sul femminismo all’Onu.

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Tutto è positivo se serve a mettere in luce un concetto che stavamo perdendo di vista.

Dopo gli anni ’90 infatti, la percezione che le donne avessero ottenuto gli stessi diritti degli uomini, ci ha fatto mollare la presa. Ma se i diritti non vengono esercitati, dopo un pò di tempo cadono in prescrizione.

Ed ecco che le donne continuano a guadagnare meno degli uomini per ricoprire lo stesso ruolo, sono penalizzate se vogliono avere un figlio (Facebook e Apple ci fanno questo grande favore di pagare il congelamento degli ovuli alle donne in modo che possano avere un figlio a 50 anni e lavorare senza distrazioni fino a quel momento, in cui ormai saranno meno produttive e creative di quando non avessero 25 anni e potranno liberamente fare un nipote più che un figlio) e non ricoprono quasi mai cariche di potere

I grandi slogan messi in passerella dal mondo della moda o dalle celebrieties, i magazine online che si professano bandiere dello women empowering, sembrano un po’ una scusa commerciale, un nuovo trend da sfruttare, o quantomeno sembrano dei concetti mozzati, appesi, non molto sviluppati. Mi spiego. Sì al dire che le femministe non debbano per forza avere cattivo gusto nel vestire ed essere androgine nell’aspetto (possiamo essere un pò come vogliamo, ma questo si sa da tempo, almeno spero), sì al creare una diffusione del termine femminismo tramite personaggi di fama mondiale e sì al diffondere il termine stesso tramite un mezzo potentemente mainstream come la moda. Meno sì al professarsi femministi perché si posta una gif di Beyoncé, meno sì al dirsi femministi perché non vi va di farvi la ceretta, meno sì all’indossare la t-shirt Dior senza sapere assolutamente perchè.

Tutto quello che sta succedendo non è femminismo ma principalmente pubblicità al femminismo, sfruttamento del movimento femminista. Non fraintendetemi, non vuol dire che per affrontare un tema tanto importante si debba per forza essere seri e tristi, ho per l’appunto appena concluso una disquisizione sulla bellezza delle ciabatte/unicorno, e se si illuminano è pure meglio. Il concetto è piuttosto quello che a seguire l’acquisto delle ciabatte/unicorno o dopo aver deciso di convivere con i propri peli sulle gambe, ci sia un’approfondimento sul tema, un’alternanza tra il “femminismo” superficiale, quello divertente che riguarda la parte prettamente estetica e ludica e quello ideologico, che invece ci faccia capire le piccole cose che quotidianamente possiamo fare per parificare il nostro posto nel mondo a quello degli uomini. Lo strumento di diffusione è giusto: la moda, i social, l’intrattenimento e le celebrieties sono perfetti per diffondere il messaggio alla maggior parte delle persone possibili. Che il messaggio però, dica qualcosa di più.

Photo credits: Pascal Le Segretain/Getty Images Europe