L’advertising e l’editoria in crisi

Il settore dell’editoria dal 2007 a oggi sta affrontato una situazione drammatica: giù pubblicità, vendite e fatturati, su il costo del lavoro. Dimezzati i contributi statali, oltre 200 testate sono sull’orlo della bancarotta.
A queste condizioni fare pubblicità è un lusso per circa il 90% degli editori, da lasciare a RCS o al Gruppo Espresso. Il massimo, per i più organizzati, è affidarsi ai cambi di spazi promozionali con altri giornali, a costo zero quindi.
La realtà è un circolo vizioso: pochi soldi per l’advertising; campagne improvvisate; risultati spesso poco memorabili. Forse può sembrare piuttosto semplicistico, ma nella maggior parte dei casi il giornale si deve saper vendere, oltre che scrivere. E l’80% delle copie finiscono al macero.

Dal 2010 molte testate si sono proposte nel mercato online con applicazioni e contenuti a pagamento con la convinzione di trovare nel web la gallina dalle uova d’oro.
Inoltre, con la comparsa del social media praticamente tutti hanno attivato un account Facebook e Twitter. Tranne rare eccezioni però, quello che si percepisce è la difficoltà a comprendere i mezzi in possesso.
Sono pochissime le testate che prevedono in redazione la figura del community manager e si delegano gli aggiornamenti social a freddi ed impersonali feed rss che per nulla creano feeling con il lettore.
Si utilizzano i social non per dialogare “alla pari” con il lettore, ma con un approccio comunicativo unidirezionale [up-down] come si trattasse di media tradizionali.

Nessuno sostiene che il social media da solo risolverebbe i problemi economici di una testata, ma potrebbe sicuramente avvicinare o fidelizzare il lettore all’acquisto a medio termine. Bisognerebbe recepire la cultura social, investire in una strategia e aver meno paura del confronto con i propri lettori. Poi molto contribuirebbe la qualità di un giornale, ma questo è un altro discorso.

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  • Sempre meno talenti come nel calcio per fortuna é inziata una controtendenza di sospetto per l’opinione anarcoide chic dei media.