Internet of Things: non solo roba da nerd

Non è affatto facile spiegare perchè il networking degli oggetti non sarà, o non dovrà essere, qualcosa di lontano dall’audience con conoscenze tecnologiche di medio livello, cosi come per i first mover non è affatto immediato comunicare che un orologio connesso al tostapane sarà semplice da utilizzare come il surf tra i canali satellitari. Ci ha provato IBM con una serie di post sponsorizzati sparsi nella rete al momento dell’annuncio di Smart Cities, seguita poi dal Danish Alexandra Institute con la pubblicazione dell’e-book gratuito “Inspiring the Internet of Things,” che ha disegnato scenari dell’Internet Of Things realmente utili e comprensibili a tutte le persone.

Dov’è l’Internet delle Cose? Cos’è che non ci convince ancora? Probabilmente il fatto che sia ancora percepito come uno scenario prevalentemente geek, e che da parte delle industries coinvolte non ci siano ancora reali proposte di valore nell’adozione di nuovi modi di interagire con il mondo fisico.

…Ma poi arrivò Twine. Che prometteva di “connettere le cose con l’Internet senza una laurea nerd”. Si tratta di una delle ultime creature degli alunni del MIT, che dopo aver lavorato a molti prototipi di oggetti connessi con il mondo circostante all’interno di Supermechanical, stavolta sembrano aver imboccato la strada giusta per metter su il social network degli oggetti. Ricevere un tweet quando la lavatrice ha finito, ricevere una mail quando l’aria condizionata ha raggiunto le temperature desiderate sono solo alcuni dei casi d’uso ipotizzati dal team, che ha messo su Kickstarter il progetto Twine, una piccola “gomma” quadrata che si connette al wifi e permette agli oggetti di comunicare fra loro in determinate condizioni.

Tramite la piattaforma è possibile “programmare” gli oggetti, stabilendo che, ad esempio, quando il forno ha finito di cuocere il pollo, invia automaticamente un sms di notifica. Il tutto promette di essere molto semplice, intuitivo e “per tutti”, anche se in realtà c’è ancora molto lavoro da fare per allontanarsi dal target già ampiamente alfabetizzato a questo tipo di tecnologia, un obiettivo che dovrebbe essere raggiunto grazie agli 800 finanziatori che hanno finora creduto nel progetto.

Non si tratta del primo esperimento del team, basta dare un’occhiata agli Objects del loro sito per restare affascinati dal “proverbial wallets“, il portafogli che vibra ogni volta che si striscia la carta, che tiene conto della spesa mensile e che si gonfia a seconda di quanti soldi rimangono del budget prefissato.

Ma tutto ciò si può fare davvero? Di fronte allo scetticismo degli interlocutori, i due fondatori rispondono con una semplicissima url, che riporta:

  • David e’ laureato al MIT Media Lab, dove ha sviluppato macchine low-cost che permettono la fabbricazione digitale fai-da-te e propongono un nuovo impiego dei materiali, tutto questo all’interno dell’Information Ecology Group.
  • John ha progettato tool di elettronica di consumo “del futuro” e interfacce per “umanizzare” i dati all’interno dello stesso gruppo del MIT Media Lab come laureando. Ha precedentemente studiato design industriale all’Arizon State University e come il suo collega ha lavorato come ingegnere presso grandi compagnie, oltre ad apparire in riviste come l’ID Annual Design Review, Ars Electronica.

E’ proprio il caso di ricordarlo: Team is King!

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