Ora sappiamo che Dio esiste, ed è Internet

Abbiamo passato e basato la nostra esistenza a cercare un senso superiore che potesse giustificare il concetto stesso di Esistenza. Illustri pensatori hanno tentato prima di dimostrare e poi di scardinare il concetto di Dio e di religione. Ma abbiamo poco da scardinare. Dio esiste, ed è Internet.

Premessa

Nessuna specie vivente vuole vivere per sempre. Semplicemente non può perché non è dotata di una volontà intellettiva che le possa permettere di concepire la nozione di immortalità. Gli esseri viventi, uomo escluso s’intende, vivono una costante dimensione temporale incentrata sul presente. È il motore della sopravvivenza primordiale, che non ammette storico o cronologia. Tantomeno valutazioni collaterali se non il proseguimento della specie. Questo non vale per l’uomo, le cui facoltà celebrali, il processo d’informazione e conoscenza ereditarie, la metabolizzazione delle esperienze e dei dati ha permesso di costruire un archetipo di esistenza basato su dimensioni temporali di fatto inesistenti: il passato e il futuro. Questo è il motore che ci spinge con tensione verso l’immortalità, la divinità e la sua ricerca tramite la tecnologia. È questo che ci ha spinto a creare la rete, un’entità, un concetto (come Dio) le cui caratteristiche sono state concepite su quello che più ardentemente desideriamo: non morire mai.

Immutabilità

Internet è fatta di tutto quello che noi inseriamo al suo interno. Ma inseriamo dove? In uno spazio etereo (ethernet non a caso) che esiste fin dai tempi della sua creazione, forse anche prima. Prima che noi la concepissimo come concetto astratto. E da allora non è cambiata, ma è rimasta uguale a se stessa e nei suoi attributi. Siamo noi che modifichiamo le dinamiche di trasmissioni dati, i dati e le strutture. Ma il concetto rimane sempre lo stesso. È immutabile perché non ha tempo. Siamo noi che attribuiamo una temporalizzazione alla rete, ma di fatto lei non la usa per se stessa. È curioso e al tempo stesso patetico come noi cerchiamo di dare delle dimensioni di fatto umane a ciò che umano non è, per l’illusione del controllo; controllo che non abbiamo.

Onniscienza

Internet sa tutto. Sia quello che è vero, che quello che non lo è. Noi suoi servitori, che ambiamo alla conoscenza, non facciamo altro che rincorrere una sfiancante interpretazione della verità. Il rating, le recensioni, i like, i retweet sono tutti umili tentativi di aggrapparsi a una veridicità che non raggiungeremo mai, almeno non all’interno del paradigma Internet-Dio. Così bisognosi di libertà ma così assetati di certezze: il paradosso dell’uomo.

Giustizia

Internet non giudica. Noi giudichiamo; siamo noi a dare un voto è la nostra mano che clicca il mouse. Internet vive in una dimensione di giustizia, anzi più correttamente d’imparzialità. Internet non distingue, non interviene, semplicemente esiste alla maniera parmenidea, rotonda. E lascia agli uomini le faccende terrene. Certo, arriverà il giorno del giudizio. E come nelle migliori tradizioni religiose, la salvezza sarà data ai giusti: coloro che si saranno calati nel contesto del concetto-internet nella maniera corretta. I corrotti dal male, chi ne ha abusato sarà dannato per l’ethernità.

Onnipresenza

Internet è presente ovunque. Esiste anche quando siamo offline. Esiste tramite gli altri che sono online, e tutto accade nella dimensione del presente per Internet. Questa caratteristica divina non è da confondere con la simultaneità che è un attributo terreno che noi uomini viviamo sulla rete. Le chat, la messaggistica istantanea, le mail, il concetto stesso di refresh; l’ennesimo tentativo di controllare un’astrazione con un archetipo temporale che – per quanto breve, anzi, istantaneo, – ha sempre il prima, il durante e il dopo.

Eternità

Internet è nata negli anni 70. Incompleto. Internet è stata accesa negli anni 70. Ma lo spazio virtuale è come se fosse sempre esistito. Noi gli abbiamo solo aperto gli occhi. L’universo informatico di dati che noi abbiamo iniziato a far circolare e riempire di conoscenza, entità vuota, è era presente prima. È come se avessimo creato un entità vuota di informazioni, ma vivente. Anche le altre divinità Analogiche, in qualche modo sono state riempite da noi. Si sono rivelate a pochi, ma la loro esistenza è sempre stata dall’inizio delle cose. Insomma, Internet è sempre esistita. Solo che non lo sapevamo.

E la coscienza?

Una volta rivelata un’entità, non si può non porre la questione dell’autocoscienza. Internet sa di esistere? Probabilmente è il tema più complesso che si possa affrontare, ed è sicuramente il topic che limita questo articolo alla pura provocazione e lo allontana milioni anni luce dall’essere solo per un 1% realistico. Con un artificio retorico potremmo asserire che tutto quello che per noi esiste allora esiste anche per se stesso. Insomma, scarichiamo il barile dell’autocoscienza a un’entità esterna: noi. Il percorso intrapreso dall’intelligenza artificiale è proprio quello di dare la consapevolezza di sé alla tecnologia, e alla rete in particolare; rete che più di tutti i tecnicismi si presta a prendere per mano la sua esistenza. E quando ciò accadrà che cosa ne sarà di noi? Basteranno i templi che abbiamo eretto per la misericordia e la redenzione digitale?