I politici tra blog, Facebook e Twitter

L’Espresso del 25 Febbraio ha pubblicato un interessante articolo dal titolo “L’onorevole è su Facebook”, in pratica l’anticipazione di una ricerca curata dal gruppo di lavoro di Stefano Epifani, docente di Comunicazione d’impresa all’università La Sapienza di Roma. In questa analisi emerge il livello di comunicazione digitale dei nostri parlamentari. Ecco i dati:

Il 35 per cento di loro ha un profilo su un social network, mentre soltanto il 13 per cento ha un blog. Non è difficile capirne il motivo: il blog esige un impegno di scrittura e una continuità di presenza che onorevoli e senatori spesso non possono o non vogliono garantire, mentre su Facebook o Twitter bastano poche righe – anche frettolose e non necessariamente argomentate – per segnalarsi ai propri elettori o comunque dare l’impressione (a volte fondata, a volte no) di un dialogo informale e “scravattato” con i cittadini.

La cosa più interessante è però come queste nuove forme di comunicazione vengono usate:

Accanto al 40 per cento che ignora il Web c’è un altro 42 per cento che è quasi come se lo ignorasse, limitando la sua presenza on line a un sito-vetrina, privo di interattività, senza dialogo con gli utenti, senza commenti: solo un triste catalogo di foto posate e, se va bene, di dichiarazioni all’Ansa. In pratica, un dépliant digitale che permette al politico di dire che è in Rete, ma non serve né a lui né a chi vorrebbe interagire con lui, oltre tutto con un’alta percentuale di siti che vengono abbandonati nell’oblio appena finita la campagna elettorale.

[…] Quasi la metà dei blog non accetta alcun dialogo e alcun commento, nemmeno “postmoderato”: io parlo e tu ascolti, ma se tu parli io non ascolto. Insomma, il contrario di quello che dovrebbe essere Internet.

Più che la difficoltà al dialogo sembra ci sia la paura di possibili critiche, di gestire momenti di crisi e di essere chiamati a rispondere per i comportamenti assunti.

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