Google Street View esiste dal 1910

Mettersi in viaggio nel 1900 era un inferno. Eppure, il racconto delle ondate migratorie a cavallo tra le due guerre ci arriva attraverso decine di immagini in bianco e nero che ritraggono i sorrisi sdentati degli avventurieri pronti a salpare verso il miraggio di una vita migliore. Fosse stata questa ne “La Merica” o in Australia, avrebbero affrontato ad ogni costo quello che aveva tutta l’aria di essere il loro primo ed ultimo viaggio.

L’entusiasmo di quelli che riuscivano a toccare terra senza contrarre malattie letali (per citare una sola tra le possibili cause di morte) veniva subito brutalmente stroncato dalla realtà di Paesi ostili, costosi oltre ogni aspettativa e, di fondo, inaccessibili a gente che parlasse (male) solo la propria lingua.

Al di là dell’estrazione sociale e del conseguente livello d’istruzione, nessuno aveva davvero modo di reperire informazioni attendibili rispetto alla destinazione, se non attraverso i racconti  delle prime immagini del cinema, o attraverso le storie (rare) di chi faceva ritorno.

Da qualche parte però, precisamente nella parte ovest di Parigi, qualcuno pensava ad un modo per mappare il mondo e crearne una memoria visiva alla vigilia di uno stravolgimento, voluto dalle rivoluzioni industriali e aggravato dai conflitti, che lo avrebbe cambiato per sempre.

Questo qualcuno si chiamava Halbert Khan e quello che fece, senza saperlo, fu creare un prototipo di Google Street View.

Entusiasta e stravagante, questo banchiere milionario originario dell’Alsazia intendeva, con qualche velleità, realizzare quello che lui definiva “international mind”, principio di mutua tolleranza tra popoli, basato sull’esplorazione e sulla conoscenza dell’altro. Un ideale dalle proporzioni planetarie, che avrebbe avvicinato gli uomini in un momento in cui la congiuntura storico – politica non faceva che allontanarli.

Nel 1889 promosse il programma Bourse Autour du Monde, stanziando un budget che offrisse a migliaia di ricercatori di tutto il mondo la possibilità di viaggiare per diciotto mesi raccogliendo immagini attraverso gli strumenti che la tecnologia del tempo e, più precisamente, la tecnologia di Louis e Auguste Lumière aveva appena messo a disposizione: il Cinema e l’Autochrome.

A partire dal 1910, seguendo i laboratori di fotografia del geografo Jean Brunhes, i borsisti esplorarono oltre sessanta paesi, realizzando settantaduemila lastre autocromatiche e centottantamila metri di pellicola, disegnando una mappa fotografica del mondo (la prima a colori), oggi conservata negli Archives de la Planète, presso gli  spazi dell’Albert Kahn Museum, assieme a decine di bobine in celluloide, convertite prima in betacam e successivamente digitalizzate in formato MPEG-2.

L’Europa a poche ore dalla prima Guerra Mondiale, le rovine dell’Impero su cui nasceva la Cina comunista, il Giappone pre-industriale, gli scenari sbiaditi che hanno ispirato Hugo Pratt: il racconto di un mondo scomparso, realizzato grazie all’idea di un filantropo utopista con una certa mania per la catalogazione.

Non avrà la fila interminabile del Musée du Louvre, ma quello dedicato ad Albert Kahn è un museo da vedere. Perché lo spazio attorno a quella che fu la sua residenza ospita quattro ettari di un ecosistema composito, voluto per riprodurvi la vegetazione di Europa, Africa, Oceania, Asia e America.

Una seconda, immensa opportunità di viaggio attorno al mondo, pensata più per suscitare stupore che per educare alla botanica.

E no, non si tratta di megalomania. Tutt’al più di vera e propria eterotopia foucaultiana, che prova la convivenza armoniosa di elementi apparentemente incompatibili.

Il Giardino di Kahn, così come i suoi archivi fotografici, sono oggi un lascito prezioso, dopo essere stati, in un secolo di guerre, il tentativo romantico ed utopico di rimettere insieme i pezzi di un mondo distrutto.