Com’è cambiato l’uso che facciamo di Facebook?

Lo ammetto. Sono una di quelle persone che ha Facebook come homepage del browser.

Una di quelle che, grazie ad una segnalazione di un amico harwardiano, ha il profilo personale dal 2007. Una di coloro che, sempre su segnalazione, ha divorato il racconto romanzato di Kirkpatrick sull’ascesa del colosso di Zuckerberg.

Ma cos’è, oggi, Facebook? Quali sono (e quali sono stati) gli usi del celebre social network?

“Amicizia”… attenzione al peso delle parole!

Il fascino misterioso e a tratti voyeristico dei primi tempi è andato ovviamente scemando: l’atmosfera un po’ glitter, senza dubbio guardona, che caratterizzavano l’effetto Facebook ai primi vagiti in Italia ha lasciato spazio ad un altro tipo di uso della piattaforma.

Attualmente, per me Facebook rappresenta un valido strumento che mi permette di rimanere in contatto, in modo intuitivo e veloce, con persone che altrimenti non so se frequenterei ancora. Persone che, nel momento del bisogno generalmente lavorativo, è facile interpellare: se vogliamo, abbandonando del tutto lo spirito politically correct, Facebook è diventato un egoistico self-service della comunicazione.

Le amicizie vere ovviamente sono fuori dal social network… come ho appena ammesso, una buona parte dei miei contatti Facebook è costituito da persone di cui non ho più il numero di telefono, che non saluterei più per strada, a cui non telefonerei per una pizza insieme.

I più moralmente integralisti scelgono di eliminare questo tipo di contatti dal loro account, fanno pulizia delle relazioni. Ma, mi dico: se tutto sommato Facebook è da considerarsi come uno strumento che accorcia le distanze… non potrebbero queste essere distanze fisiche, certo, ma anche distanze “personali”? Di relazione? Perché non riavvicinarci, seppur in modo utilitaristico, per un solo attimo?

C’è di contro anche il rovescio della medaglia: su Facebook si conoscono persone (o, più comunemente, lati di esse) che altrimenti, nella realtà della discoteca, del pub, delle inibizioni del sociale, non ci sarebbe dato conoscere. Penso, ad esempio, all’intimità che si instaura in persone apparentemente sconosciute, estranee in un senso tradizionale del termine, che però condividono intime parti di sé sul social network (per esibizionismo o, più probabilmente, soltanto perché ormai è qualcosa che “si fa”). Ebbene, queste persone si rendono vicine anche con un semplice link, con un video postato in velocità, con una battuta felice al momento giusto.

Amicizia, allora, è un termine probabilmente inadeguato per descrivere questo tipo di rapporti su Facebook. Ma è indubbio che questi rapporti ci sono e che, in qualche modo, andrebbero riconosciuti ed identificati.

Facebook? Presente!

C’è stato un periodo in cui Facebook lo si immaginava in ogni luogo e in ogni frangente: Facebook a colazione (quando leggi le ultime notizie e le posti in tempo reale) Facebook a pranzo con te (quando fotografi il piatto che stai mangiando), Facebook all’ora aperitivo, quando riesci a metterti d’accordo in tempo zero con un gruppetto di amici.

C’è stato anche il momento (ancora lungi dall’essere passato) di Facebook nell’istruzione. In effetti, molti sono gli esperimenti e i contributi dell’utilizzo del social network nella didattica – dai numerosi articoli e saggi, fino a progetti di ricerca come quello dei miei colleghi di dottorato, fino ancora alle misure restrittive che alcuni stati e regioni hanno ideato per correre ai ripari dalla “minaccia Facebook” nelle scuole.

Nel 2008, io facevo parte di questi sperimentatori. Avevo una classe di studenti stranieri, colti e benestanti, piuttosto numerosi per gli standard della scuola e piuttosto “assenteisti”.

Mi sono detta: proviamo a creare un gruppo su Facebook, per tenerci in contatto anche se fisicamente lontani. In fondo, mi sono detta, sarebbe bello se riuscissi a raggiungere i miei studenti con i compiti che “li rincorrono” sulle loro bacheche: niente più mail da controllare, niente allegati da aprire. E il gruppo ha avuto un discreto successo.

Quello che però, a distanza di tempo, mi chiedo è: ma non snaturiamo un po’ Facebook, in questo modo? Facebook nasce come comunità di ragazzi online. Anche se un social network può sicuramente essere interessante ai fini lavorativi o educativi, esso nasce con intenti ludici, e ludico dovrebbe rimanere.

Che senso ha postare in un gruppo messaggi o riflessioni su, ad esempio, degli aspetti grammaticali della lingua italiana? Che senso ha mascherare degli esercizi da giochi? Come direbbe una mia collega di dottorato, “puzza troppo di scuola”.

Se proprio proprio vogliamo far diventare il social network uno spazio di condivisione delle conoscenze, queste dovrebbero essere in primo luogo contenutistiche: che importa se la forma, la lingua usata, è poco corretta. Essa è veicolo del contenuto, del messaggio che si vuole esprimere e condividere.

Postiamo un contenuto, buttiamo lì una nostra riflessione (magari provocatoria), aspettiamo che si apra il dibattito (possibilmente anche con altre persone esterne alla comunità educativa): solo così, con la condivisione della sostanza, si potrà anche andare, ad esempio, ad affinare la forma, la lingua.

Insomma, non si può snaturare Facebook dato che è diventato virale ed esteso ovunque: esso è, e nasce come, un luogo in cui condividere il proprio tempo libero: tale deve allora rimanere.

Non travestiamo l’agnello giocoso da lupo educativo.

Cerchie e selezioni all’ingresso

Abbiamo già accennato al fatto che Facebook nasce con intento voyeristico: in effetti, nelle primissime intenzioni di Zuckerberg, si poteva aver accesso completo e indifferenziato alla “bacheca”, al profilo dell’amico prescelto, a patto che lo si conoscesse davvero nella vita reale.

Col tempo, e con l’ampliamento della rete sociale all’esterno dei campus universitari della Ivy League americana, la questione della privacy è diventata ben più delicata: negli ultimi tempi, Facebook ha addirittura “concesso” la personalizzazione dei post pubblicati in base a regole definite dall’utente. Tutto questo, probabilmente, per rispondere all’innovativa funzione delle “cerchie” di GooglePlus, il neonato social network del grande G.

In questo modo, io posso creare dei gruppi di “amici”: ho un gruppo per la mia famiglia, un gruppo di amici stretti, un gruppo di “amici lavorativi”, un gruppo piuttosto ampio di conoscenti e un profilo pubblico, antica reminiscenza di ciò che era Facebook qualche anno fa, luogo nel quale la grande maggioranza degli utenti non pubblica più nulla (perché, altrimenti, tutti potrebbero vedere).

Devo ammettere che è assai comodo filtrare i post in questo modo: nel suo libro, Kirkpatrick racconta che c’è stato un momento in cui gli atenei statunitensi selezionavano le nuove matricole anche in base ai profili Facebook degli aspiranti tali… con nefaste conseguenze da dopo sbornia.

Ma, in questo modo, e nuovamente: non si snatura l’essenza di Facebook? Quando oggi io visito il profilo di buona parte dei miei “amici”, vedo che loro stanno postando dei messaggi con le impostazioni personalizzate. Come dire: ti permetto di vedere soltanto una parte di ciò che sto facendo/pensando/dicendo, ed è la parte che mi aspetto che tu veda/conosca/pensi di me.

Ma, allora, come si può scendere a diversi livelli di profondità nella conoscenza di una persona? Ciò che dicevamo prima sulla (splendida) possibilità, che Facebook ci ha permesso, di intravedere cose intime insospettabili di persone…. dove andrà a finire?

Le cerchie di GooglePlus, o i gruppi di amici di Facebook, sono davvero la risposta? Non rischiano di impoverire l’esperienza e anzi reiterare, in modo meno coinvolgente e più impersonale, quanto già esiste nella vita quotidiana concreta, a tu per tu, fatta di maschere e finzioni di stati d’animo?

Parti di queste riflessioni probabilmente portano a poco, non raccontano nulla di nuovo e sicuramente non hanno la pretesa di trovare soluzioni, al contrario.

Ammetto anche di aver inserito, in queste riflessioni, una vena di rimpianto per quando Facebook, forse, era “meno di tutti”. Cosa diventerà questo potente strumento, in futuro? Una brutta copia, pseudo-sociale, della comunicazione email? O uno specchio dell’anima, per chi saprà guardare?

Come spesso capita, la risposta non può essere che una: ai posteri l’ardua sentenza.

Ma che siate, cari posteri, lungimiranti pensatori criticamente attenti!

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