La provocazione digitale secondo Giovanni Scrofani [INTERVISTA]

Nei scorsi giorni io e Andrea Carnevali abbiamo parlato del tema della provocazione all’interno dei social media. Il che ci ha portato a discutere della provocazione on line e di alcuni recenti fatti che avevano visto Twitter e Facebook teatro di scambi di opinioni non proprio ortodossi, nati per altro da un fatto avvenuto nella realtà fisica, con un contraddittorio vivace. Lungi da noi giudicare – ed è per questo che non facciamo i nomi – ci siamo appassionati al tema della provocazione e abbiamo colto l’occasione per invitare Giovanni Scrofani di Gilda35 e Antonio Lupetti di Woorkup a fare due chiacchiere con noi.

Li abbiamo scelti perché sono due provocatori d’eccezione. Cioè due persone che sono in grado di provocare discussioni con i propri post. Due che non ti lasciano mai indifferente quando li leggi. L’idea originale era un’intervista doppia, ma per affrontare come si deve il tema abbiamo preferito spezzare in due post le interviste e riservarci di trarre le conclusioni in un terzo post, magari raccogliendo anche eventuali commenti.

Le domande sono le stesse per entrambi. Spazio quindi a Giovanni, il più veloce nel risponderci ;)

La “provocazione” sui social paga o è controproducente? 
Innanzitutto intendiamoci su un concetto: “provocare” significa provocare una reazione. Pertanto essere un “Provocatore Digitale” significa suscitare reazioni anche forti e imprevedibili. In linea generale posso dire che “paga”, in quanto genera nuove interazioni, ibridazioni e suggestioni. Pur non essendo un professionista della comunicazione sono spesso intervistato e chiamato a tenere lezioni e interventi in convegni, per spiegare le mie tecniche di “provocazione digitale”. In un mercato in cui il pubblico è assuefatto e anestetizzato da troppa comunicazione omologata, il “Provocatore” crea valore, in quanto ricorda alle persone che non sono morte. Per provocare bene devi divertirti, sentirti vivo e saperlo trasmettere al prossimo. Ovviamente parlo di provocazioni strutturate, nitide ed intelligenti, la provocazione fine a sé stessa è solo altro “rumore bianco” che si aggiunge nell’entropia della comunicazione.

La provocazione va studiata o è una questione di spontaneità? 

Per le mie provocazioni seguo la tecnica taoista del “wu wei”, che impropriamente viene in genere tradotta come “non-azione”. È un atteggiamento secondo cui il gesto artistico deve essere frutto di uno studio così rigoroso e approfondito da scaturire spontaneo e in perfetta armonia coi tempi. Pertanto negli anni ho assecondato la mia natura un po’ birbona, studiando in particolare la cifra stilistica del dadaismo declinata in campo digitale. Le mie provocazioni nascono spontanee, ma hanno alle spalle parecchio studio. Solo una ristretta cerchia di amici ne riesce a cogliere appieno tutte le chiavi di lettura. Spesso le provocazioni più apparentemente idiote sono le più complesse.

Un atteggiamento provocatore crea più amici, nemici o traffico?
La provocazione per essere tale deve essere frutto di un pensiero laterale e comunque contenere un sentimento profondamente morale senza essere moralista. Se gli influencer sui social vanno in una direzione esibizionista e muscolare, allora diventa provocatorio fare il contrario. Due dei miei post più famosi e provocatori, “Un altro inutile post su Patrizia Pepe” e “Perché vogliono fottere Chiara Ferragni” sono una critica ad alzo zero ai “pogrom digitali”, che periodicamente i comunicatori italiani aizzano al grido di “tutti contro uno”. La provocazione crea pertanto certamente molti amici, perché spesso da voce a tante “grida silenziose”. È pur vero che la provocazione crea anche (pochi e mai acerrimi) nemici… Se si provoca la reazione inviperita, acida e “cattiva” è dietro l’angolo, comunque meglio quella dell’indifferenza… Generalmente col tempo si instaura perfino un dialogo costruttivo coi detrattori… Anche perché normalmente non riesco a scherzare su personaggi che in qualche modo non mi ispirino una qualche contorta forma di simpatia. Il traffico francamente mi ha sempre interessato molto poco: quanto produco sui social media e sul blog è una performance diretta ai miei amici con cui co-creo Cultura Digitale e a un preciso pubblico di alcune centinaia di influencer importanti, poi se (come spesso accade) esonda e piace anche al pubblico mainstream la cosa continua sempre piacevolmente a sorprendermi.

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