Chi decide ciò che leggiamo?

Poco tempo fa leggevo un articolo che riportava la nefasta e lucida previsione di Michael Moore sui risultati delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Donald J. Trump vincerà a Novembre. Questo miserabile, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time, e sociopatico a tempo pieno, sarà il nostro prossimo presidente. Presidente Trump. Forza, pronunciate queste parole perché le ripeterete per i prossimi quattro anni.

Esordisce così il regista, con lo stesso tono beffardo con il quale, in tempi non sospetti, aveva predetto la candidatura alle presidenziali dello stesso Trump.
Vorrebbe sbagliarsi, e invece il suo pronostico spiegato in cinque punti sembra descrivere uno scenario verosimile e preoccupante, rispetto alla tendenza dell’elettorato.

Così verosimile e preoccupante da far tremare gli edifici vetrati della Silicon Valley. Nel maggio scorso, a distanza di pochi giorni l’una dall’altra, Facebook e Google vengono accusate di aver manipolato i loro sistemi per favorire la candidata del partito democratico, Hillary Clinton.
Lo avrebbero fatto intervenendo l’una sulla scelta degli argomenti nella sezione Trending Topics, l’altra sul tool di autocompletamento.

Ma andiamo per gradi.

Trending Topics di Facebook è la funzione, introdotta nel 2014 e non ancora disponibile in Italia, che riporta una selezione di argomenti, di articoli e parole chiave scelti in base alla loro popolarità. La selezione dei topics era stata inizialmente affidata ad un algoritmo, affiancato da un team che ne affinava il lavoro, secondo una meccanica apparentemente imparziale.
Ed è stato così finché un ex dipendente, membro del team di news curator, ha raccontato di come Facebook oscurasse notizie potenzialmente rilevanti per gli utenti conservatori, preferendo a queste una selezione di argomenti il più delle volte impopolari, ma aderenti agli imperativi istituzionali dell’azienda e al suo orientamento politico. La vera scelta era nelle mani del team che avrebbe dovuto solo supervisionare il lavoro dell’algoritmo, arginando le possibilità di errore, e che invece veniva istruito per mistificare e pilotare l’informazione, su un canale che conta 1,71 miliardi di utenti.

Una condotta faziosa che, invero, richiama alla tendenza tradizionale delle testate giornalistiche e che decisamente si scontra con le premesse di Trending Topics, così come era stata pensata e annunciata agli utenti.

L’accusa ha di fatto indebolito l’immagine di Facebook come canale ibrido di informazione, nonostante alle rivelazioni sia seguita la smentita.
E mentre Zuckerberg approntava le ultime modifiche al funzionamento di Trending Topics (da agosto l’intero lavoro di selezione è affidato all’algoritmo), Google rispondeva alle illazioni di Matt Lieberman che in un video mostrava come, a differenza di altri motori di ricerca, Big G suggerisse in associazione al nome della candidata dem solo parole chiave positive, oscurando i risultati di ricerca negativi.
Si tratta del tool di autocompletamento, una funzione che, al momento della ricerca, suggerisce dalle due alle quattro query in base ai termini digitati, alle ricerche svolte precedentemente e alle notizie di tendenza.

L’anomalia del caso Clinton veniva maldestramente spiegata dalla tendenza generale del motore di ricerca ad oscurare i suggerimenti offensivi rivolti a persone. Ma se così fosse stato, allora perché Donald Trump era per Google ‘racist’, o ‘dead’ e Hillary Clinton ‘awesome’ o ‘winner’?

Una ricerca condotta da Robert Epstein e pubblicata in esclusiva su Sputnik mette in luce una incontestabile differenza di trattamento tra i due candidati da parte di Google (e non da parte di Yahoo e Bing, per esempio), andando ad indebolire, come nel caso delle accuse mosse contro Facebook, le premesse di un tool invero capace di influenzare il voto di 3 milioni di persone.

Mi sono chiesta: se i risultati elettorali, dunque il futuro di una nazione, le possibilità e le aspirazioni dei cittadini, la loro cultura e la loro informazione divengono oggetto di silenziose manipolazioni da parte di aziende private, allora che ne è di quella democrazia che siamo tutti chiamati a difendere proprio attraverso il voto?

Esiste un’espressione inglese, alla quale non corrisponde una traduzione italiana, che definisce in modo perfetto tutto questo: ludicrous.
Vuol dire più che grottesco.