2.0, “virale” e tutte le cose da lasciare nel 2012 [POST CONDIVISO]

Anni fa a capodanno ci si liberava dei vecchi oggetti… lanciandoli dalla finestra – memorabile la scena in cui Fantozzi vede cadere una lavatrice sopra la sua macchina -, alcuni sostengono che fosse simbolico per fare spazio al nuovo anno, mentre altri che fosse un gesto propiziatorio per scacciare la negativitià.

In ogni caso noi blogger di Republic+Queen abbiamo recuperato questa tradizione e vi proponiamo le cose che vogliamo buttare dalla finestra la mezzanotte del 31 dicembre.

Viviana Ramazzotti

I banner su mobile. Siamo nel 2013, è ora che dopo tanto parlarne la comunicazione su mobile veramente si esplichi in modalità meno retrograde e più appropriate al canale.

La parola “virale”. Sempre nell’ottica di un lessico che informi la pratica e non crei termini vuoti, la video comunicazione online è matura abbastanza per iniziare a capirne le dinamiche in maniera più analitica  del semplice: “facciamo un video, diventerà virale”.

La guerra tra social, Twitter e Instagram in particolare. L’hanno capito i vecchi media che  il Web è integrazione, stupisce che i nuovi protagonisti agiscano in maniera così conservatrice.

Andrea Carnevali

Il “social” fine a se stesso. “Vogliamo andare su Facebook perchè ci sono tutti”, e per dire cosa? Ecco voglio evitare di vedere nel 2013 le facce di stuporte che ti ribattono: “E allora su Twitter?”.

Instagram. Non me la prendo con le modifiche che entreranno in vigore tra qualche giorno, ma più precisamente con le persone che popolano questa piattaforma di social sharing. E’ arrivato il momento di dire basta ad autoscatti, gatti e piatti..siete tutti brutti!

L’AdSense su Republic+Queen. L’Adv qui ha i giorni contati poiché risulta essere più antiestetico che redditizio. Probabilmente è il caso di puntare su nuove forme di supporto a questo Magazine, magari vendendo delle belle t-shirt. Cosa ne pensate?

Luca Sirianni

Le classifiche di engagement. Puntano a individuare le migliori brand pages su base puramente quantitativa, senza considerare il sentiment dei post e commenti, le differenze fra settori e prodotti, la dimensione della fan base e gli investimenti in adv. Utili solo per chi le scrive.

Il check-in fine a se stesso. Se non si lasciano tips e non si ottengono dei benefici, allora il check-in è solo rumore sul news feed, una gara fra social addicted con lo smartphone sempre in mano a scapito della socialità vera.

I piani editoriali basati sulle call-to-like. Sono una facile scorciatoia per alzare l’engagement rate. Dall’effetto immediato, sono lo strumento più ruffiano del Facebook Marketing e, se elevate a cardine dell’interazione fra brand e utenti, generano solo una sterile dinamica stimolo-risposta.

Luca Piras

Gli aggiornamenti troppo frequenti per le applicazioni e giochi. Gli aggiornamenti per un’applicazione mobile sono indispensabili per mantenerla sempre utilizzabile e performante. Tuttavia, svariati aggiornamenti proposti ogni mese per pochi bugfix non sono il massimo per l’utente finale, soprattutto in caso di applicazioni di grosse dimensioni.
Discorso diverso, ovviamente, per gli aggiornamenti che introducono nuove funzionalità. Meno aggiornamenti e più qualità da subito.

Le app per trovare applicazioni e giochi gratuiti. Spesso sui vari negozi di applicazioni e giochi capitano delle occasioni che durano solo poche ore, nelle quali gli sviluppatori ed i vari publisher scontano o rendono totalmente gratuiti i loro prodotti. Sono sorte quindi una miriade di servizi ed app di terze parti che segnalano tali eventi. Tralasciando vari modelli di business adottati, certamente interessanti (pubblicità, affiliazioni e via dicendo), sono davvero troppe e i contenuti proposti, spesso, poco interessanti. Più selezione, meno risparmio.

Le newsletter non ottimizzate per mobile. Alcune previsioni per il 2013 azzardano un sorpasso di smartphone e tablet sui computer tradizionali per l’accesso e la navigazione ad internet. Tra tutte le nuove abitudini o le migliorie alle quali possiamo assistere, sicuramente la lettura della posta elettronica è passata un poco inosservata. Il direct marketing non può non tenere in considerazione le esigenze degli utenti: leggere in mobilità con il massimo del confort e quindi niente pinch to zoom e niente elementi multimediali superflui. Un canale da riconsiderare.

Le notifiche push selvagge. Le usano ormai tutti, dall’applicazione per leggere le news ai giochi. Le notifiche push permettono all’utente di essere avvisato in tempo reale per eventi particolari, i quali necessitano della sua attenzione. Molto spesso, invece, il loro utilizzo diventa abuso, ai limiti dello spam. Dovremmo ricordarci la loro utilità: notificare un evento importante, per l’utente e non (solamente) per chi la invia.

Wally Montagner

I pop up pubblicitari, finestre in overlay, banner enormi e, diciamocelo, completamente inutili. Alle soglie del 2013 l’utente non è più in grado di sopportare ostacoli che rendano la navigazione lenta, dispersiva e poco usabile, soprattutto considerando che gran parte del traffico sui siti web arriva da mobile.

Le campagne di email marketing che contengono nell’oggetto “offerta imperdibile”, “è la tua ultima occasione” o “abbiamo pensato a te”. Il consumatore sa cosa vuole e sa come e dove trovarlo al miglior prezzo, perché continuare ad urlare come pazzi quando è chiaro che nessuno ci ascolta?

La frase “I’d like to add you to my professional network”. Non c’è proprio nulla di più personale e professionale che vorresti dirmi per convincermi ad aggiungertio fra i miei contatti?

Andrea Torcoli

L’integrazione forzata. Mi sono trovato a non poter aggiornare il mio iPhone perché iTunes era obsoleto e non poteva essere aggiornato perché il mio MacBook non poteva essere aggiornato. L’integrazione è importante, ma la coercizione non è bella cosa. Apple è ormai diventata un sistema chiuso e questo non ci piace.

Il social media strategist. Quando in ufficio mi dicono che occorre fare un colloquio ad un social media strategist mi si rizzano i capelli. Come si può essere esperti di una cosa che è nata da poco e continua a cambiare? Neanche il più saggio dei guru si definisce tale. Diffidiamo dai tecnici. La tecnica non è nulla senza il pensiero.

Tutti quelli che snobbano ancora il digital (magari non fisicamente). In ufficio ci apostrofano come “i ragazzi del web”. Io li guardo e vedo dei dead man walking.

Francesco Ferrazino

La parola 2.0. Possibile che qualcuno citi ancora il web 2.0? Aiuto.

Le buzzword. Quando un argomento diventa trendy iniziano le semplificazioni che eliminano l’essenza del concetto stesso che sta alla base del loro funzionamento. Gamification diventa una sterile leaderboard e insieme di badge basati su comportamenti al limite del pavloviano. Social & Viral diventano sinonimi di spam incondizionato e privo di valore.

Twitter (per come è usato in Italia). Ancora non ne trovo un significato nel contesto italiano al di fuori del contesto politico di una chat pubblica tra bimbeminkia fan di Justin Bieber. Per non parlare del concetto di broadcasting elitario (alla base dell’interazione) che fa veramente troppo old-economy. Deludente.

Gioia Pistola

La funzione “notifica lettura” dei messaggi privati e della chat su Facebook. Ci manca solo che quando non vuoi rispondere o vuoi semplicemente procrastinare, chi ti ha scritto possa acquisire l’immagine della tua mimica facciale tramite la cam del telefono o del pc mentre leggi il messaggio.

Lo Smartphone con schermo più largo di 60mm. Adoro il mio Samsung Galaxy S3 e mi trovo molto più a mio agio con lui che con iPhone. Ma non posso negare che lo schermo tra i 60mm e i 70mm (SGS3 è precisamente 70,6mm) ti fa sentire davvero poco smart: l’ho dovuto incartare come un telecomando Meliconi per salvarlo dalle probabilissime cadute visto che gestirlo con una mano è a dir poco una mossa da equilibristi. Cara Samsung, quando devo raggiungere le icone in alto a sinistra nello schermo il mio pollice non ci arriva e il mio dito medio “va da qui…a qui!”.

La sincronizzazione Twitter versus Facebook. Per favore, Facebook Team, manda una quick guide a tutti coloro che danno vita a una scia di hashtag di cui a nessuno potrebbe importare di meno. Per la nostra peace of mind è opportuno che anche loro capiscano che gli hashtag hanno un senso su Twitter, che è quello dell’indicizzazione e organizzazione di contenuti, ma non su Facebook. Sembrerò antipatica, ma su Facebook non mi interessa di #foodporn #christmas, #igers #startup #etc.

Laura Fontana

– Per il 2013 auspico l’estinzione delle foto di pastasciutte coi filtri vintage e dei check-in da “Giggi lo Zozzo” (30% di sconto sulle puntarelle di maiale se porti 2 amici), gli aggiornamenti di status passivo-aggressivi rivolti ad anonimi terzi, i piagnistei da social network («Mi è morto il gatto»), i #bellachessei, i post di Startappina84, i permalosi che si credono protagonisti di ogni tuo tweet (e la verità è che non ti ricordi neanche come si chiamano), i cambi di avatar dopo che si è usciti dal parrucchiere, quelli che postano compulsivamente su Facebook ogni singolo insulso fotogramma della loro insulsa vita… anzi no! Quelli li terrei che sennò come faccio a sapere come va a finire? Compreranno un gattino nuovo? Osvaldino perdonerà il tradimento Pasqualina? Il Piergiangi si riprenderà dall’intossicazione alimentare presa da Giggi lo Zozzo? Non vi cancellate, scherzavo! Belli che siete!